Mis medias naranjas
Ci è arrivato il “guiòn” dello spettacolo che una compagnia del luogo ci ha invitato a fare a Barcellona dopo averci visto insieme a dicembre nel bello spettacolo di Pierfranco Zappareddu Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Io e Ga’. Partiamo il 6 settembre e restiamo 10 giorni nella bellissima città catalana che già fu meta del nostro primo viaggio insieme. E non vediamo l’ora di tornarci. C’è un non so che di simbolico.
La dicitura del testo definisce “Mis medias naranjas”: Espectáculo de teatro-danza en un solo acto, sobre las dinámicas sentimentales psicopatológicas de la vida cotidiana-Spettacolo di teatro-danza in un solo atto, sulle dinamiche sentimentali psicopatologiche della vita quotidiana. Il titolo letteralmente significa “Le mie metà arance” e si riferisce al fatto che nella vita non ci sia solo una di quelle che noi italiani chiamiamo la dolce metà ma di più. Beh, io personalmente sono a quota tre, che tra l’altro è il numero perfetto, quindi credo mi fermerò qui e non avrò bisogno di altre metà arance. Sto bene come sto da ormai 13mesi e mezzo, senza mai un litigio, un fraintendimento, ma solo rispetto e fiducia: rispetto che significa onestà e schiettezza; fiducia che significa complicità e sostegno. Potrei scriverci un saggio sul rapporto d’amore perfetto. Credo lo farò prima o poi. Ma questa è un’altra storia.
Tornando a Barcellona, non vediamo l’ora di partire, anche se ora abbiamo la testa su altri fronti: a fine mese il baratto, poi il 4settembre Francesco di terra e di vento che ci hanno chiesto di rifare in occasione dei festeggiamenti di accoglienza a S.S.Benedetto XVI e il 5settembre, stavolta da solo con un’altra compagnia Pinter non l’avrebbe mai scritto (ma Ga’ viene lo stesso a vedermi). E il giorno dopo si parte. Nel frattempo riprendo le prove di Voci nel buio che farò a Bologna in un’occasione particolarmente importante e poi il mio lavoro, bellissimo, al laboratorio di teatro, e infine, per ora, un progetto che segnerà una svolta nella mia carriera, del quale per ora non parlo, ne scrivo solo il titolo: Iscaréu: io non ammazzo che per vendetta. Fingers crossed.
Altri stereotipi (monotipi): il fintoesteta
Fintoesteta- Una tipologia di persona che mi fa molta tenerezza, perchè ha un non so che di affine a come sono io. Intendiamoci: io non sono un fintoesteta, ma conservo una sorta di empatia mista a tenerezza con chi darebbe un senso filosofico e antropologico perfino a una peretta di scamorza affumicata. Perchè fondamentalmente, quello che chiamo fintoesteta è una persona che sa, ma che forse sa troppo e sa a sproposito. Approfitta di un qualsiasi argomento per ricondurlo all’ultimo libro letto, che mai è un “Oggi cucini tu” dell’allegro duo Antonella Clerici-Anna Moroni, e neanche un banale libro di qualche comico di Zelig. Il fintoesteta legge sempre e solo filosofia e saggistica. Che magari è anche vero, ma sai che noia. Spesso questo tipo di persona non ha molta possibilità di socializzare, perchè si preclude parecchi legami ogni volta che apre bocca:
-”Come va?”-
-”Come direbbe Freud….”-
e che palle!
-”Dove andrai in vacanza?”
-”Hume aveva un pensiero abbastanza singolare della parola parola vacanza”-
uffa!
-”Sei innamorato?”-
-”L’amore è, come scriveva Andy Warhol…”-
ma sparati!
-”Ti voglio bene”-
-”Vuoi il mio bene o vuoi bene a me?”-
Il fintoesteta perde spesso e volentieri l’occasione per tacere. Si facesse ogni tanto una risatina davanti a un film di Vanzina.
(che forse è un po’ troppo greve, ma come ho già scritto, solidarizzo col fintoesteta e suggerisco un filmetto di Cameron Diaz, che almeno non è farcito di comicità aerofagica).
Altri stereotipi (monotipi): il fasciocomunista
“Mio fratello è figlio unico” di Daniele Lucchetti
tratto da “Il Fasciocomunista” di Antonio Pennacchi
Fasciocomunista- Li detesto i fasciocomunisti come detesto l’ignoranza, e loro sono una ovvia esternazione dell’ignoranza. Questo è lo stereotipo più comune della società e identifica una persona che, ignorando qualsiasi nozione storica e politica, si definisce un “-ista” che sia fascista o comunista, è comunque molto confuso, volente o nolente. Odia tout court: la destra ignorante caprona, i politici arraffoni, il Nord America, Bush, Sarkozy, Briatore (si, anche Briatore ma non so la Gregoraci). Oppure abbasso: la sinistra lurida ottusa, i politici arraffoni, il Sud America, Bertinotti e la Parietti (si, anche la Parietti). Per la verità, il fasciocomunista non ha una propria identità spiccata, brancolando nel buio più totale è il comunista che è contro l’aborto e si fa dieci ave maria ma s’ammazza di canne e scoperebbe anche con un parente prossimo. Oppure vota Berlusconi ma non lo dice, va in vacanza a Cuba e non legge la Fallaci perchè è di destra. O di sinistra. O radicale. O morta “quindi che senso ha”. Mi fa schifo il fasciocomunista perchè continua a imbrattare le schede elettorali senza coscienza. Mi fa schifo perchè pretende di definirsi democratico e poi si fa dare una raccomandazione o la dà. Mi fa schifo perchè pretende di abusare della società e poi dà le colpe a “gli altri”. Gli altri come lui (o lei).
Altri stereotipi (monotipi): Psyco
Psyco- Figura emblematica della socialità, fu il primo tipo di persona che inquadrai nella mia vita e che ultimamente è molto in voga. E’ colui, o colei che prende la vita un po’ alla Marion Crane: diciamo che viaggia molto con la mente e quando tutto va bene, i problemi se li inventa. Chissà come mai nasce questo bisogno di crearsi rogne col prossimo o con se stessi, le persone psyco ammettono tra le lacrime di essere afflitte ma non riescono a spiegare perchè litigherebbero anche se la vicina di casa fosse Rita dalla Chiesa. Le persone psyco sono serene, ci parli, puoi riderci e scherzare e poi te le ritrovi improvvisamente con sguardo assente e subito assassino. Come la bimba dell’esorcista sono pronte a camminare a testa in giù sputando sangue. Perchè? Forse sentono le voci? Nessuno psyco ha mai rivelato. Conosco due psyco: una di questo tipo e l’altra che ha una storia d’amore con un commesso di una libreria. Ma lo sa solo lei. E spende un sacco di soldi in libri che forse farebbe meglio a leggere.
Misteri della vita.
Gli stereotipi (o monotipi)
Parlerò di loro. Sono gli stereotipi di persona che maggiormente ho incontrato, e ahimè incontro nella vita. A loro dedicherò una parte del mio tempo per scriverne, perchè, poco poco hanno influito nella mia vita. Il tanto che basta per farmi capire quanto valgo, chi sono e cosa non vorrò mai essere.
Eccoli qui, distillati uno ad uno, non necessariamente maschi o femmine, ma solo personcine, quelle personcine piccole piccole senza un briciolo di dignità, donnicciole meschine e omini mezzecartucce:
- Il carismatico a tutti i costi- vuole per forza essere il leader del gruppo perchè gli manca (o in passato gli è mancata) un bel po’ d’attenzione e di personalità. Ha bisogno di un gruppo per potersi affermare, quindi di gente con meno personalità di lui. Fa le scenate più pazzesche, invoca paroloni stile libertè-egalitè-fraternitè che stia parlando di politica o di telefonia cellulare o di ultima generazione: basta non farsi capire dagli adepti e tutto andrà bene, fare la voce grossa di solito funziona sempre. Dice il saggio (Ga’): “a furia di dire che è biondo, biondo, biondo, biondo, biondo, la gente comincia a vederlo un po’ castano.” Il carismaticoatuttiicosti è ombroso, ha sempre qualcosa che non va, c’è sempre qualcuno che ha minato la sua serenità, che ha ostacolato il suo regno, che ha osato sfidarlo, magari solo uno che gli ha detto le cose in faccia, tanto basta affinchè si senta avvilito e che usi questo evento per impietosire il suo entourage con le sue fisime di perenne incompreso, semplicemente perchè per essere leader, ma non avendone gli strumenti, quando caghi fuori dal seminato, ti devi pur giustificare in qualche modo.
- Il gay a tutti i costi- scopre la sua omosessualità dopo tutte le altre persone che lo conoscono, cioè è una checca sperticata, ma nega a se stesso ciò che il prossimo suo ha capito da tanto tempo: Antonella Clerici a confronto sembra Clint Eastwood. Una volta che la scoperta è avvenuta, il gayatuttiicosti non parla d’altro che delle sue preferenze sessuali con la faccia di chi sente perennemente puzza di cacca (fa lo snob, il posh) e il sorriso di chi ce l’ha fatta (e che cazzo): alla domanda “come stai” amerà rispondere “come un pisello nel suo bacello di carne”, quando gli chiedi “che ore sono” dirà “le 16e30 e mi piacciono i muratori, quelli belli tamarri che ti prendono e ti sbattono”. Si farà le meches, i capelli biondi, ricci e poi lisci coi riflessi rossi, poi si raserà, si farà un piercing e andrà in palestra (che faccia ginnastica o meno). Non si perderà una puntata di Amici e un concerto di Tiziano Ferro e Carmen Consoli, si metterà con un’altra checca maligna ma non durerà a lungo perchè s’ammazzeranno a borsettate. Il gayatuttiicosti ha quel qualcosa del carismaticoatuttiicosti che ne farà una persona fondamentalmente sola: la povertà d’animo.
- Il teatrante- ha fatto un laboratorio teatrale. Magari a scuola. Punto. Però è un artista, vive d’arte, ha un myspace o almeno un triste blog di messenger nei quali scriverà il suo curricula: il laboratorio teatrale, magari scolastico di cui sopra e se la carriera prende una buona piega, il provino fatto per entrare nella scuola di Amici (ovviamente non è passato perchè quelli-la-sanno-già-chi-prendere). Mica cotica. Il teatrante ama David Lynch perchè sa che è difficile (non di rado hai quello che ti interpreta la trama di Mulhollan Drive a tutti i costi), adora Wong Kar Wai e Chan Wook Park perchè sa che sono coreani (e il regista coreano è l’ultima tendenza in fatto di teatro) e sopratutto ha un mito in assoluto: Fioretta Mari, l’insegnante di Amici. “Speriamo che legga il blog, cosi lo sa anche lei.” Molto spesso anche questa figura è un gayatuttiicosti ma senza la variante carismaticoatuttiicosti, cosa che lo rende una primadonna finto etero che sfrocieggia ma sta nella massa. Perchè la concezione del “frequentare l’ambiente teatrale se si vuole fare teatro” non implica che tu abbia personalità, quindi non puoi neanche fingerne di averne. Anzi…
- Il nerd- la figura che più di tutte mi sta simpatica, perchè comunque porta il suo status con fierezza, è quella del topolino del computer. Sa tutto del pc. Gioca on line. Continuamente. Non ha una relazione, non solo sentimentale, ma proprio sociale. I suoi “amici” sono dei nick name con degli avatar. Ma a lui non importa, anzi va-bene-cosi perchè il nerd non “c’ha voglia” di uscire di casa (dalla stanza col pc), di lavarsi, di cambiare pettinatura. Lascia la sua dimora solo per andare nei negozi di videogames e criticarli tutti, dal primo all’ultimo. Tanto glie li regalano a Natale i suoi genitori, che non avendo capito un cazzo del figlio, gli forniscono gli strumenti della sua prigionia.
- La ribelle- figura emblematica del panorama sociale, è sempre una donna, la versione femminile del carismaticoatuttiicosti ma con l’aggiunta di altre azioni senza senso. Lascia messaggi subliminali in giro (uno spazzolino, una fotografia, un poster) convinta di disseminare tracce di popolarità. Quella della bella e dannata, la donna senza regole, l’emancipata. Misia misia… Studia all’università ma sta sempre preparando la tesi, fa mille cose senza concluderne neanche una, perchè lei è “troppo una grande” per stare a certe regole.
Chiudo cosi per ora. Ma solo per ora. L’elenco è molto lungo…
Usavich
Questi conigli hanno fatto diventare matto Ga’. E poi me. E Karen Walker. Wallace. Daniela. Marco&Martina…
E piano piano tutti saranno contaminati.
“Questi conigli ci uccideranno…”
Le persone
Siediti anche tu, per favore. Perché anche a te voglio raccontare una storia. Se mi farai la cortesia di ascoltarla e soprattutto di sentirla, sentirla col cuore e con le viscere, ti prometto che nulla sarà più come prima. Qualcosa deve cambiare, sennò non avrebbe senso mettersi a sedere e leggere delle parole insignificanti oppure dei significati senza le parole giuste. E allora mi ci metto di impegno a scrivere questa lettera per cercare con le parole giuste i significati giusti di provocare un cambiamento giusto. O almeno questo è ciò che spero.
Mi ci è voluto tanto e forse fin troppo tempo per decidermi a buttare giù queste righe, perché quando si parla di amore non lo si deve fare alla leggera, ma bisogna dosare bene le forze in gioco: dall’anima bisogna filtrare con la mente, e dalla mente c’è un filtro che passa per le mani. E poi bisogna scrivere in maniera opportuna (correttamente e intelligibilmente) e far si che i filtri che ci metterai tu (i tuoi occhi e il cuore e le viscere) non abbiano tanta influenza. Si parla d’amore per dio, mica del sesso degli angeli o delle frivolezze qualsiasi.
Questa storia inizia adesso, nel momento in cui la scrivo, forse nel momento in cui la leggi. No, prima no, perché l’amore è nella storia del mondo e quindi non riuscendo ad attribuirle una data di nascita, non riesco neanche a darle una scadenza. È eterna: sempre ci sono state e sempre ci saranno le storie che parlano d’amore. Pensa a quelle eterne perché vere o verosimili della storia o della letteratura.
Questa storia parla di Francesco e di come ha vissuto e vive l’amore. Ha smesso di cercare le ragioni per le quali ha certe abitudini durante la quotidianità e cerca anche di correggere quelle che reputa sbagliate, quindi ha deciso di non interrogarsi brutalmente sulle ragioni che legano la sua visione dell’amore alla sofferenza. Si, Francesco soffre, soffre da sempre e in maniere sempre diverse su come, quando e perché le circostanze che lo legano alle relazioni con il mondo sono strane. Francesco vuole la normalità, ma vorrebbe anche capire cosa significa la normalità per poi ottenerla e fare come fanno gli altri, per i quali tutto è più facile, tutto è più lineare, meno difficile. Cosi a lui sembra.
Francesco non vuole sapere perché si sente da una vita un combattente che forse perderà la battaglia, che forse si ritroverà davvero solo al mondo. Questo perché non vuole dare le colpe della sua situazione alla sua famiglia o alle persone che l’hanno circondato fino ad ora: un po’ perché ha paura che la colpa sia davvero la loro e non vuole odiarli, un po’ perché pensa che la colpa sia solo la sua, anzi, del destino che ha voluto questa anormalità per tutte le cose che gli sono accadute.
Cominciamo dall’inizio: anormale è stata la sua nascita, podalica e sofferta; anormale la sua crescita circondato solo da donne; anormale il rapporto con suo padre che è sempre stato apparentemente lontano e distaccato; anormale il rapporto con il suo corpo troppo grande e grosso per la sua età e poi troppo pieno di acne e poi troppo magro e sgraziato repentinamente; anormale il suo andamento scolastico che dal mediocre raggiungeva picchi di eccellenza e poi di mediocrità in un turbinio di liti e polemiche infinite con insegnanti; anormali le sue amicizie che si aprono con passione e si chiudono con disprezzo; spesso coi soldi necessari a tutto e spesso a fare la fame quando nessuno lo verrà mai a sapere. Anormale in tutto, anormale per tutto, dalla A alla Z.
Anormale anche l’amore che prova. Francesco è innamorato di se stesso finalmente. Ha imparato ad avere l’unica cosa normale della sua vita: si ama incondizionatamente. Francesco ha stabilito la sua scala di valori e di priorità e la rispetta. Francesco rispetta se stesso e ciò che vuole. Francesco decide sui suoi sentimenti. Francesco ama le donne. Francesco ama gli uomini. Francesco ama sia le donne che gli uomini, anzi, come dice lui, Francesco “ama le persone”. Inconsapevolmente o meno Francesco ha fatto l’anormalità una sua caratteristica e non crede che ci sia nulla di male in tutto ciò. Francesco è felice di essere nato grande, di essere cresciuto grasso e brufoloso, di avere avuto la famiglia che ha avuto, di aver litigato con i docenti ignoranti e di non essersi mai ammazzato per avere un andamento scolastico lineare, Francesco è orgoglioso delle amicizie nate con precocità e morte con amarezza, gli dispiace di passare periodi di disagio economico ma è la vita. La cosa importante è che ama se stesso e “le persone”.
È stato picchiato, deriso, assoggettato, minacciato, usato, lapidato, isolato e chissà che altro ancora perché ama “le persone”. Ora la cosa che più lo rattrista è il fatto che le botte, le prese in giro, le minacce, le pietre scagliategli e tutto il resto, siano state frutto di cattiveria, di ignoranza: ma rifarebbe tutto, rivivrebbe tutto, perché senza tutto quel bagaglio di vita, di cose belle e di brutte esperienze, di persone conosciute e addii irrimediabili, di un papà distante e di una madre ancora più assente, Francesco non sarebbe ciò che adesso è: una persona che ama se stessa, che ama “le persone” e che non prova rancore per nulla e per nessuno.
Gli chiedo perché senta quest’impellenza di raccontarmi e raccontarti queste cose. Perché diavolo ha bisogno di spiegarci quest’amore bisessuale? Grande e vaccinato com’è, ormai nessuno lo picchierà più, nessuno lo potrà più rendere oggetto di scherno, insulti o bersaglio di pietre. La risposta è semplice. Francesco ha pianto. Francesco ha pianto tanto e forse troppo per tutte queste cose e ora vuole sapere se lo possiamo accettare cosi com’è, un bisessuale che ama “le persone”, vuole sapere se rispettiamo il suo passato solitario di sofferenza e di solitudine, Francesco vuole sapere se può contare su di me. Su di te può contare?
Francesco si è reso conto presto che provava lo stesso amore per le donne così come per gli uomini, un amore che va al di la dell’aspetto esteriore e del tipo di organi genitali che una persona si porta addosso. Un amore frutto di un’anima che parla ad un’anima senza preconcetti di sorta. Punto e basta. Anche se suo padre non gli parlava perché è stato assente fisicamente, l’assenza di sua madre è stata la medesima (perché una presenza distratta è come un’assenza, se non peggio), la loro educazione gli faceva capire che forse era sbagliato questo amore promiscuo. La solitudine che lo ha avviluppato per anni e anni di adolescenza prima lo ha arrestato, giudicato e condannato, colpevole di essere un anormale. Ma negli anni di carcere sentimentale, di cella di isolamento sociale, Francesco ha capito che forse era tutto il resto un errore, che forse la famiglia tradizionale come istituzione, la coppia eterosessuale o la vita dedicata a dio erano solo scelte fra tante, non le uniche scelte possibili. Una persona sceglie, deve scegliere. E spesso lo fa senza rendersene conto, andando verso ciò che a lei pare naturale. E per Francesco è naturale amare sia le donne che gli uomini, lontano dallo stereotipo che non ha mai capito e mai ha condiviso del macho conquistatore di mille fanciulle o dell’omosessuale gaio e poco maschio che vive l’amore soffrendo per sempre di una deficienza che si attribuisce da solo. Mai confondere l’amore col sesso e mai vivere ghettizzandosi e sentendosi diversi: la vergogna è il vergognarsi di ciò che si è.
E in questi tempi, dove ci si richiama alla famiglia come valore, Francesco pensa che l’unico valore a cui ci si debba aggrappare sia il valore dell’amore. E nel nome dell’amore fa la sua piccola rivoluzione, la rivoluzione individuale, la sola che è in grado, secondo lui, di cambiare il mondo. Perché l’uomo diventa forte quando riesce ad essere solo, la forza che ne deriva dall’unione con altre persone può essere solo espressione amplificata di una forza del singolo, sennò è gregge e come gregge è destinato a non cambiare nulla nella società.
Ci sono casi in cui parlare diventa un obbligo morale, un diritto irrinunciabile e un dovere verso se stessi e il mondo che ci circonda. E cosi l’amore lo spinge a parlare, a renderci partecipi senza pretendere nient’altro che l’ascolto e il sentire con il cuore e con le viscere. Perché non c’è niente di più normale che parlare ed essere ascoltati. Normale è avere la possibilità di essere ciò che si è senza essere giudicati se non da se stessi. Normale è il poter decidere della propria persona senza essere contestati. La normalità è questa.
Avendo avuto un percorso di vita anormale, nessuno ha mai ascoltato Francesco quando parlava ad eccezione del suo migliore amico che però ora è lontano. E si è giudicato, dio solo lo sa quanto è stato severo con se stesso quando s’interrogava sulle sue scelte consapevoli e sulle scelte istintivamente naturali che faceva. È stato contestato quando cercava di decidere di se stesso e mai è stato appoggiato se non da qualcuno che sporadicamente pareva stargli vicino: è stato il peggior giudice di se stesso e le condanne che si è inflitto non sono mai state tenere. Ma ora si sente un uomo libero, ha espiato ogni colpa che gli pareva dovesse scontare e il ciclo di sofferenza è chiuso.
Non vuole da me e da te un’approvazione oppure un giudizio. Vuole poter contare sul fatto che noi accettiamo lui e il suo passato e il suo presente e il suo futuro. Vuole parlare ed essere ascoltato. Essere sentito. Vuole che la normalità, la sua normalità, venga raggiunta.
Nel nome dell’amore.
Con la speranza di aver cambiato le cose


